AMOREODIO
(titolo internazionale: Lovehate)
Italia, 2013
Colore
2:35.1
100 minuti
Girato in RED

CAST TECNICO
Scritto e diretto da Cristian Scardigno
Produttore esecutivo Gianluca Cammisa
Direttore della Fotografia Francesco Crivaro
Scenografia Valentina Troisio
Costumi Lisangela Sabbatella
Trucco e Capelli Veronica Falabella
Suono in presa diretta Emanuela Cotellessa
Musiche Mauro Del Nero
Montaggio Massimiliano Ross
Produzione Underdog Film

Katia, 17 anni, apatica e frustrata, trascorre le giornate in compagnia del suo ragazzo, Andrea. Quando non è con lui, incontra di nascosto altri ragazzi, guarda video proibiti su internet e litiga continuamente con i propri genitori. La monotonia del piccolo paese in cui vive, la trascina in un vortice di immoralità e trasgressione che, insieme ad Andrea, la porterà ad un tragico epilogo.

CAST ARTISTICO
Francesca Ferrazzo (Katia)
Michele Degirolamo (Andrea)
Chiara Petruzzelli (Maria)
Raffaele Buranelli (Gianni)
Piergiuseppe Francione (Maresciallo)
Gianluca Cammisa (Brigadiere)
Lorenzo Mangiapelo (Matteo)

Ho cominciato a pensare ad “Amoreodio” verso la fine del 2009, esattamente durante l’ultimo giorno di riprese del mio cortometraggio “La terra sopra di noi”. Lo spunto era un fatto di cronaca nera che mi aveva segnato quando ero poco più che maggiorenne. Mi interessavano i personaggi coinvolti in quell’evento tanto discusso e al centro dell’attenzione mediatica, quasi da non meritare un ulteriore approfondimento. Col tempo, infatti, ho abbandonato l’interesse per il fatto di cronaca e ho rivolto le mie attenzioni su ciò che realmente mi attraeva di questa storia: gli adolescenti e le loro inquietudini. Man mano che le mie ricerche proseguivano, il mondo adolescenziale mi si presentava in tutta la sua complessità. Dovevo trovare un compromesso per non parlare in modo generico di un’intera generazione e allo stesso tempo rimanere fedele all’idea originaria che vedeva due personaggi al centro della storia, una ragazza diciassettenne e il suo fidanzatino. Nascono così Katia e Andrea, coppia di ragazzi incapaci di interagire con l’esterno che li circonda. Estranei al guscio familiare, decidono di vivere ai margini e innalzano un muro che esaspera la loro solitudine e li confina in una terra di nessuno. E’ un continuo gioco di provocazioni, fino a quando non ci sarà più niente da sperimentare e che li faccia sentire vivi. Ci troviamo di fronte ad una storia di assenze e di mancanze. Sono assenti gli adulti e gli affetti, sono aridi i sentimenti e mancano i rapporti sani e di confronto. Persino le parole finiscono per scomparire, a discapito dei gesti, meccanici e insensati. I due protagonisti non hanno coscienza del presente, perché non sanno dare un senso alle loro vite. La precarietà e l’insicurezza – elementi attuali presenti in ogni campo – si riflettono nei loro pomeriggi trascorsi insieme in una sorta di sospensione del tempo. E’ un film che si può condensare in una domanda e una risposta:
«Che hai fatto oggi?»
«Niente.»
Tutto ciò che ai nostri occhi risulterebbe “normale”, qui viene filtrato, quindi eliminato. Come se invece che strappare via i rami secchi da un albero, si facesse il contrario. Vengono eliminati tutti i sentimenti positivi, le emozioni, e resta solo il marcio. Questo stato di emotività incontrollata crea desideri distorti, noia e malessere che i protagonisti trasformano in odio. E’ una storia pessimista che comincia in medias res, nel bel mezzo della “discesa emotiva agli inferi” di Katia, che all’inferno c’è già. Non ho ricercato le cause, non mi sono intestardito per mostrare il principio del malessere. Siamo catapultati nella vita di questa ragazza insoddisfatta, incapaci di reagire di fronte a quello che vediamo; e a differenza di tutto ciò che i servizi dei telegiornali ci hanno mostrato, qui non c’è spettacolarizzazione. Poi la storia esplode. C’è un elemento di imprevedibilità che spaventa più di ogni altra logica giustificazione o comprensione di ciò che accade. L’imprevedibile ci rende inermi. E alla fine, si rimane ad osservare, troppe volte banalmente a giudicare, ma mai veramente a porsi domande su ciò che ci accade intorno.

Cristian Scardigno